La mamma, quando era piccolo, glielo diceva sempre di guardare dove metteva i piedi. Forse non era un buon consiglio, ma comunque lui lo aveva seguito anche in quel caldissimo pomeriggio cittadino.
E per non cadere guardava bene sull’asfalto. Lì dove tanti piedi sono passati negli anni, compresi i suoi.
E negli anni gli strati di asfalti si sono divertiti a creare buche, faglie, linee e contorni. Tanti disegni sul suo cammino, in quel pomeriggio caldo e assolato.
Ogni linea, ogni buca, uno strato di asfalto sopra l’altro costruivano tanti disegni, forse più nella sua testa che altro, ma tanto bastava.
“Stai attento a dove metti i piedi”.
Un piede così finiva sul confine di un’immaginaria mappa, un altro finiva su un tortuoso fiume.
Poi lì poco più in là c’era disegnato uno strano uccello. Sulla destra, qualche metro piu’ avanti rieccoli quei diagrammi su cui aveva dato un esame (mica andato tanto bene) un po’ di anni fa all’università.
Ora una bella linea dritta, bordo marciapiede: lavoro da funamboli restarci in equilibrio sotto.
Poi la strada diventa assolata. E gli sembra addirittura di vederci il viso di una persona amata in quell’asfalto sconquassato dal caldo e dal passaggio delle macchine.
E già le macchine.
Come una di quelle che si è fermata a poco, a poco cosi’ da lui, che ormai non stava piu’ sul marciapiede, ma che stava inseguendo disegni in mezzo a una strada.
Ma veramente poco, eh.




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