Alle ore 14.30 prendo il treno diretto a Trieste.
Alle ore 14.50 si parte.
Poco prima di Orte (e cioe’ meno di mezz’ora dopo la partenza) il treno si ferma: locomotore rotto. Fermi, in mezzo ai campi. Caldo. Niente aria condizionata. Il macchinista, fratello di McGyver, riesce a portare il treno fino in stazione dove arriva il locomotore in sostituzione. E siamo in ritardo di un’ora.
Prima di arrivare a Firenze, il treno si ferma di nuovo. Problemi sulla linea Arezzo-Firenze. Altri venti minuti.
Tra Firenze e Bologna, in una stazioncina sull’Appennino, siamo di nuovo fermi: dobbiamo dare precedenza a un altro treno (e capisco finalmente a fondo la storia dell’apartheid).
Non mi ricordo bene dove, ma nuovo annuncio di ritardo: “siamo fuori dalla tabella di marcia e questo procurera’ ulteriore ritardo”. Piove sempre sul bagnato.
A Mestre sosta per cambiare direzione di marcia. A un certo punto annuncio: “Si avvisa la gentile clientela che questo treno non proseguira’ per…”. Pausa. Gelo nel vagone. Il panico si taglia a fette. “… Venezia Santa Lucia. Il treno riprendera’ la sua corsa per Trieste fra pochi minuti.”. Scene di gioia, gente che si abbraccia, qualcuno si rolla una canna, la prima da quarant’anni, per la felicita’.
Con soli 115 minuti di ritardo (ma a quelli di Trenitalia lo spiegate voi che esistono anche le ore? o pensano che cosi’ sembrano di meno?), il mio treno alle 00.25 arriva a Trieste.
Le ferie sono finite. Il viaggio pure.
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