Devi capire gli anni 70
Stasera ho finito di leggere il libro di Benedetta Tobagi “Come mi batte forte il tuo cuore”. Non so perché l’ho comprato, ma è stata quasi una necessità, soprattutto quando sulla quarta di copertina ho letto l’età di Benedetta: è nata nel 77, come me. E soli dopo 3 anni dopo è stata privata dell’affetto di suo padre.
Mi aspettavo un libro denso di emozioni, di pancia, e invece ho scoperto un libro denso di ragionamenti, di analisi, di storia. E’ stato un libro che mi ha fatto pensare, che mi ha permesso di capire un periodo che non si trova nei libri di storia, ancora, ma che è difficile capire dalle parole dei propri genitori.
E’ un libro che mi ha fatto stringere il cuore. Perché ogni ragionamento, ogni cronaca, ogni virgola di questo libro trasuda dell’amore di Benedetta per un padre che non è riuscita a conoscere se non attraverso l’indagine storica che in questo libro ci presenta. E’ un libro tra le cui righe questo amore resta evidente, quasi nascosto, per poi liberarsi solo in una commovente lettera nelle ultime pagine.
E’ il libro di una storica e di una figlia. E questi due lati si tengono insieme, incollati dalla prima all’ultima pagina, dando una grande lezione di come si fa analisi storica e di cosa sia l’amore e l’ammirazione di una figlia verso il proprio padre.
Maddai?
Sarò scemo, ma io resto sempre basito da come certe cose che a me paiono ordinarie siano quasi oggetto di notizia, di riflessioni, come se si trattasse di inusitati nuovi fenomeni sociali.
È vero: da anni, ormai, a un ventenne o trentenne che cerca lavoro in Italia le aziende offrono di tutto, tranne che un rapporto di lavoro regolare. E anche un rapporto di lavoro di serie B —«a progetto», o comunque a termine— è già considerato, in molte situazioni, un privilegio difficilmente ottenibile, rispetto alla «normalità», costituita dal lavoro di serie C: stage semigratuiti in azienda tutto lavoro e niente formazione, assunzione con partita Iva per mansioni d’ufficio, di cantiere, di negozio, di call center, di magazzino, che erano tradizionalmente considerate come lavoro dipendente. Case editrici in cui da anni non si assume più un redattore o un correttore di bozze con un contratto normale di lavoro dipendente; case di cura private che formalmente non hanno alle proprie dipendenze neanche un solo medico, un solo infermiere, un solo barelliere: tutti a partita Iva, oppure soci di cooperative di lavoro a cui il servizio viene appaltato.
Tra le nuvole, piedi per terra
Ieri sono andato a vedere “Tra le nuvole“, di J. Reitman, con George Clooney.
Sono andato ché volevo vedere un film per ridere un po’. Sono uscito che avevo il groppo in gola e volevo piangere.
E però, secondo me, è un bel film.
Macchina
Luca Sofri è andato a vedere l’anteprima del nuovo film di Muccino, “Baciami ancora”:
Il tema fondamentale del film è il rapporto dei trentenni italiani con le portiere della macchine. Per tutto il film avrò contato più di trenta scene di gente che sale sulla macchina, scende dalla macchina, sta ferma dentro la macchina, discute nella macchina, chiude la macchina, litiga nella macchina, fugge in macchina, sgomma in macchina, piange in macchina, sta lì senza far niente nella macchina. Poi ci sono anche delle scene in cui si vedono delle macchine.
Santa Lucia
Il Corriere della Sera oggi pubblica una lettera al direttore di due genitori. La figlia di questi genitori è in cura presso l’Istituto Fondazione Santa Lucia, uno dei centri all’avanguardia in Italia per la cura degli handicap neuromotori, anche se poco noto ai romani stessi. La Regione Lazio, per ridurre la spesa sanitaria vorrebbe chiuderlo.
Credo che sia il caso di riprendere e pubblicare quella lettera.
Caro direttore, siamo i genitori di una bambina di nove anni gravemente disabile e riteniamo doveroso segnalare una situazione gravissima e paradossale che riguarda il diritto alla salute di nostra figlia, oltre che di altri 150 bambini. Quando abbiamo appreso dai medici la notizia della patologia di nostra figlia, non sapevamo esattamente quello che ci aspettava ma avevamo la consapevolezza di dover intraprendere una strada lunga e molto difficile. Essere genitori è un’esperienza alla quale nessun genitore, anche se ha letto manuali sull’argomento, può dirsi preparato. Essere genitori di un figlio disabile è un’esperienza unica e sconvolgente che ti obbliga a programmare in modo diverso la tua vita e a cambiare i tuoi punti di vista. E così è accaduto anche a noi: abbiamo riorganizzato la nostra vita in funzione di nostra figlia, vivendo giorno per giorno le difficoltà, le gioie e i tanti piccoli progressi che lei quotidianamente raggiunge.
Non abbiamo mai cercato di «guarire» la nostra bambina ma, senza rassegnarci di fronte alle sue enormi difficoltà, ci siamo impegnati nell’assicurarle le migliori cure e i migliori trattamenti riabilitativi. Non abbiamo ceduto all’illusione di ricette «miracolose», di terapie veloci e risolutive, di viaggi della speranza all’estero: crediamo nello svolgimento costante e quotidiano di varie attività in cui nostra figlia fin dall’inizio della sua vita è stata sempre impegnata, e noi con lei. Oggi la nostra bambina frequenta tutti i giorni la scuola elementare pubblica, si relaziona con gli altri e ha tanti amici. È serena, sta crescendo e cerca di trovare le risorse per diventare una persona inserita a pieno titolo nella società. Questo percorso non sarebbe stato possibile se nostra figlia, fin dai suoi primi mesi di vita, oltre ad avere l’aiuto e l’impegno della sua famiglia, non fosse stata inserita in un progetto riabilitativo globale presso l’Irccs Fondazione Santa Lucia di Roma, dove ha trovato medici e terapisti di grande professionalità e qualità umane. Purtroppo da qualche giorno abbiamo appreso che questo percorso potrebbe essere improvvisamente interrotto, sia per nostra figlia che per almeno 150 altri bambini con disabilità più o meno gravi. Sono infatti sopraggiunte difficoltà finanziarie della Fondazione Santa Lucia che non consentirebbero la prosecuzione delle attuali prestazioni erogate ai bambini, in regime di convenzione con la Regione Lazio.
Tali prestazioni, che comprendono terapie motorie, cognitive, respiratorie, logopediche, occupazionali nonché assistenza medica specialistica (neuropsichiatrica e fisiatrica), non potrebbero essere attualmente assicurate da nessun’altra struttura pubblica o privata nel Lazio, strutture nelle quali, peraltro, le liste di attesa arrivano ad essere anche di un anno. Pertanto, tutta la fatica, il lavoro e l’impegno di noi genitori e degli operatori sanitari che si sono negli anni succeduti per assicurare a nostra figlia le terapie e l’assistenza più adeguate sarebbero vanificati da questioni economiche e politiche nel merito delle quali non abbiamo nessun interesse ad entrare. Al riguardo dobbiamo sottolineare che un bambino disabile ha necessità, e soprattutto diritto, a prestazioni a carattere continuativo, senza interruzioni, e che una sospensione del trattamento riabilitativo determina danni gravi ed irreparabili, con sicura regressione rispetto ai progressi raggiunti con il lavoro di anni. Vogliamo porre all’attenzione di tutti, ed in particolare del governo e delle istituzioni competenti, la gravità e l’assurdità della situazione venutasi a creare per cui un ospedale di rilievo nazionale e di alta specializzazione, riconosciuto per legge, e che rappresenta nel sistema sanitario regionale e nazionale un centro di eccellenza dove si assicurano ai pazienti, sia adulti che bambini, prestazioni di alta qualità riabilitativa, possa rischiare la chiusura. Tutto questo considerando anche la situazione della Sanità in Italia, soprattutto nelle regioni del Centro e del Sud, caratterizzata da inefficienze, gravi incompetenze professionali e sprechi di ogni tipo. Vorremmo che venisse tutelato e garantito il diritto costituzionale alla salute di nostra figlia e degli altri bambini che come lei hanno bisogno di aiuto per poter sperare in una vita migliore di quella che si prospettava quando sono nati.
Paolo e Maria Luisa Massimi
Update: buone notizie. Pare che non chiuda.
Il jazz fa schifo
C’è un parco a Roma. A Roma i parchi si chiamano ville. La villa che sta vicino alla casa dove sono cresciuta si chiama Villa Celimontana. La conoscono bene quelli che si sposano da quelle parti (ché è sempre pieno di spose a farsi le fotografie) e quelli che andavano a sbavare per le ragazzine di “Non è la Rai” (ché lì dietro ci sono gli studi di canale 5). Per quanto riguarda me, è il posto dove da bambino mi portava mio nonno a giocare, è il posto dove mi sono andato a divertire con gli amici a giocare a pallone ed è il posto sui cui prati ho preparato l’esame di maturità. Per un altro po’ di gente di Roma è il posto dove nelle ultimi estati si svolgeva un bel festival di musica jazz. Bello, molto bello. Ci sono andato parecchie volte anche io, specie nelle prime edizioni. Poi, negli ultimi anni, sembrava più un ristorante all’aperto con annesso pianobar che altro. Più rumore di forchette che scale blues. Più fighetteria che gente appassionata di musica. Insomma, negli ultimi anni mi piaceva un po’ di meno. Ma sai, quando uno invecchia inacidisce e poi “il primo disco era sempre il migliore”.
Villa Celimontana è tornata sui giornali in questi giorni. Io da qualche tempo non abito più lì vicino ma a quei prati ci sono davvero tanto affezionato. Insomma, dicevo che è tornata sui giornali perché questo inverno ci hanno costruito un capannone lì dove d’estate c’erano gli spazi del festival jazz. Ora leggo che questo capannone dopo un sacco di richieste verrà tolto. In compenso, il festival del jazz diverrà una roba permanente, e costerà un po’ di spazio verde. Seicento metri quadrati. Mica tanta roba, in fondo, ma abbastanza da darmi fastidio. Perché a occhio (potrei sbagliarmi, ma anche no) quello spazio sarà sacrificato più che per una festa della musica, per una festa dei commercianti, degli agitatori di forchette. Mi innervosisce il fatto che, a quanto ho capito (ma spero di sbagliarmi) questo spazio verrà “regalato” all’attuale gestore del festival del jazz, che è anche il padrone di uno dei locali dove si ascolta musica a Roma, che è anche notoriamente vicino ad ambienti della destra romana. Sono infastidito, perché mi pare che anziché aumentare gli spazi verdi si stia facendo di tutto per demolire quelli che già esistono, compreso il giardinetto di via Claudia, ormai abbandonato a sé stesso. Mi innervosisce tutto questo perché non vorrei che un giorno villa Celimontana facesse la fine del bosco di Gioia.
Insomma, vorrei che i bambini giocassero ancora sotto quei pini, che ci fosse ancora qualcuno infrattato a pomiciare nei viottoli meno battuti e un po’ di ragazzi a cazzeggiare sulla quella discesona di prato. Ché in fondo, a volte, perfino gli accordi stonati di una “Canzone del sole” possono suonare molto meglio di un Cole Porter.
Deformazioni professionali
“Scusa, ma tu non puoi vedere la Fisica in tutto ciò che ti accade o ti circonda!”
“E invece sì.”
Sconsigli per gli acquisti
Da quello che ho imparato oggi, se non hai una carta di credito non puoi farti un abbonamento con iphone in comodato d’uso.
No carta di credito, no iphone.

